Le sorti dell'Istituzione hanno cominciato a cambiare con la direzione di Nerio Comisso.
L'obiettivo subito perseguito dalla nuova gestione è stato quello di
mettere le due parti, istituzione e utenza, in una posizione dialogica
e di reciproco ascolto. Alla prima assemblea del 1987 gli ospiti
avanzarono la richiesta di poter accedere alle camerate anche nel
pomeriggio per poter riposare. Il direttore diede il suo consenso,
considerando la proposta un utile escamotage per evitare che le persone
colmassero il tempo libero tra il pranzo in mensa e l'apertura dei
negozi con il vino. L'orario di apertura venne dunque allargato al
pomeriggio, dalle ore 12.30 alle ore 17.00.
Nell'estate
dello stesso anno, gli ospiti, in vista della chiusura estiva delle
mense popolari, chiesero di poter preparare e mangiare dei panini
all'interno della stessa struttura. La richiesta venne accolta, a patto
che gli utenti si impegnassero a tenere pulito il posto del bivacco. Da
qui il passo fu breve per raggiungere l'accordo di poter usufruire di
un fornello a gas e di tutto il necessario per cucinare autonomamente
un pasto caldo.
Con
il passare del tempo si era instaurata una relazione di ascolto e
reciprocità tra il direttore e il gruppo di ospiti, che piano piano
avevano cominciato a organizzare da se i compiti, assegnando ai suoi
membri ruoli diversi per pulire, apparecchiare, sistemare il giardino,
coordinare i lavori e offrire delle possibilità di socializzazione a
chiunque lo volesse. Quelli che svolgevano un servizio collettivo
all'interno della casa e si assumevano la responsabilità di esso
ricevevano anche un piccolo compenso per la loro attività e questo ha
costituito certamente un forte incentivo alla partecipazione e alla
cooperazione. Man mano che le persone trovavano un loro spazio
nell'organizzazione della struttura, si cominciarono a eliminare i
turni notturni gestiti e coperti inizialmente da sette guardiani. In
Italia (e forse anche oltre confine)
questo è l'unico Asilo Notturno dove di notte non c'è alcuna
sorveglianza da parte di guardiani, operatori o vigili urbani: tale
compito è stato assunto da uno degli ospiti. E' lui che apre e chiude
le porte, che interviene se qualcuno si sente male o si verifica un
qualsiasi problema.
In
realtà, da anni alla Casa dell'Ospitalità non succede nulla di grave:
sembra che questa autogestione da parte degli ospiti, il fatto di
essere accolti alla pari, questo atteggiamento non repressivo, di non
controllo da parte dell'autorità, disincentivi le persone a compiere
atti violenti.
Nel
1998 la Casa dell'Ospitalità è diventata una Istituzione amministrata
dal Consiglio Comunale (primo e unico caso in Italia di trasformazione
da Asilo Notturno). Nel 2007 infine, è diventata Fondazione.
La
Casa dell'Ospitalità è stato il primo esempio di evoluzione di un Asilo
notturno: è il primo Asilo Notturno che è riuscito a ottenere
dall'Amministrazione Comunale la residenza per i suoi ospiti. Infatti
nel 1996 il Consiglio Comunale sancì nello statuto/regolamento il
mandato sociale della struttura:
"Finalità
principale della Casa dell'Ospitalità è quella di consentire alle
persone, attraverso un coinvolgimento responsabile delle stesse, di
uscire da situazioni di marginalità, evitando la cronicità e
l'assistenzialismo, mediante la realizzazione di progetti
personalizzati liberamente accettate dagli interessati".
Oltre
alle due realtà descritte che convivono nella struttura di Mestre, è
nata nell'anno 2004 una terza realtà comunitaria situata a Venezia.
Questa struttura chiamata S.Alvise,
fa sempre parte della Casa dell'Ospitalità e quindi è governata dalle
stesse regole, organizzazione e filosofia di intervento; tuttavia si
distingue dalla sede di Mestre in quanto è un edificio molto piccolo,
ospitante 21 posti letto per soli uomini. La piccola dimensione fa sì
che tutti possano essere più coinvolti nelle attività di gestione della
casa, per cui i residenti partecipano sempre alle riunioni settimanali
e si scambiano i turni di servizio in struttura: questa realtà è
piuttosto vicina alla realtà comunitaria della sede di Mestre.
Tratto da "I senza fissa dimora" di G. Lavanco e M. Santinello